Sapevo che mio padre nel 2001 restò dieci giorni. E nella lettera mi scrisse la data della sua partenza, del suo ritorno
agli anni 70, quella corrisponde a domani. Quindi ero al corrente che il mio caro paparino, si trovava nella mia sporca
città. Avevo voglia di cercarlo e di stringerlo a me. Di dirgli tante cose. Mi mancava. Sapevo anche che proprio nello
stesso momento in cui io ero in auto, nella città, c’erano due Mengacci Peterpot, uno è quello morto e sepolto nel 1975,
l’altro è il dott. Mengacci del 1975 che viaggiava nel tempo per pura curiosità di conoscere aventi futuri.
Parcheggiai la macchina nel marciapiede davanti a casa, percorsi il giardino a piedi nudi. Guardai nella cassetta delle
lettere, ma niente, non c’era nulla!
Mi accesi una sigaretta, ma la buttai subito in terra perché non fumavo. Decisi di farmi una bella camminata nella
brughiera, salutai tutti i fasendieros, che lavoravano nei miei campi di cotone attinenti alla steppa. Volevo cercare
mio padre per provare almeno di strapparlo dal pericolo. Ma non sapevo da dove cominciare. Riflettei.
Erano le otto di sera, il sole stava sorgendo (da un’altra parte del mondo naturalmente).
Il crepuscolo quasi languido, mi spinse a tirar fuori una foto della mia Rachele, la contemplai per alcuni secondi e una
lacrima cadutami dagli occhi, andò a finire sul suo viso in quell’istante felice. Avevo un nodo in gola, stavo per frignare
come un lattante, quando sentii dei passi dietro di me. Era una camminata lenta e minacciosa, mi eclissai dietro all’albero
di Papaia alla mia destra, usai il cucchiaino della signora Minù, per divenire piccolo, e m’introdussi, dentro il pacchetto
di sigarette, che gettai precedentemente in mano a Bruno Vespa.
I rumori erano causati da Todd e Macy, due fasendieros Brasiliani, che assunsi, per curare la mia cavalla di razza,
messicana. Stavano copulando selvaggiamente sopra la mia lavatrice. Guardai con stupore i due durante l’amplesso e scattai
pure parecchie foto. Quando Todd finì scaraventò Macy, nel fienile, prese le sigarette dalla mano di Bruno Vespa,
che assistette alla scena senza far tumulto e proseguì nel fare i complimenti a Todd. Cavoli ero nella merda.
Todd stava per accendersi una sigaretta proprio mentre io mi trovavo all’interno del pacchetto. Usai il fungo di Alice per
riassumere le dimensioni originali. Il tutto successe proprio davanti a Bruno Vespa e a Todd. Il fasendieros fece una
faccia assurda: "?", mentre Bruno si tolse il naso da clown e scappò a gambe levate verso il panificio cantando a
gran voce "light my fire".
- ciao Todd, allora te la passi bene, ho visto poco fa. - dissi pulendomi le mani dal terriccio, e lavandomi il
tabacco dai capelli.
- Bhe! Non mi posso lamentare padrone - rispose allacciandosi i blue jeans.
- Sarà bello da guardare come un poster di James Dean? -
- Cosa? -
- No niente è che..... lasciamo perdere -
- La vedo strano padrone, come mai ha la foto di Rachele in mano? E come mai sta piangendo? - disse Todd,
aprendo una noce di cocco con i denti.
Todd, mi porse così tante domande, che restai in silenzio per alcuni secondi. Infatti l’impulso non arrivò subito al
cervello. Quando finalmente arrivò, decisi subito di esporre tutta la storia, a Todd. Mi fidavo follemente di lui. Lavorava
nella mia fasenda da sempre. Era orfano di padre e madre, lo trovai in una giornata noiosa.
- Uggiosa? - disse Battisti appeso ad una liana.
- Si! - nitrii io.
Dicevo: lo trovai venti due anni fa, in una scura giornata invernale, poveretto era senza panni addosso, piccolo indifeso e
tutto smontato. Infatti lo vinsi all’interno di un ovetto kinder, quello con più latte e meno cacao. Dal giorno non ci
siamo più separati. Tornò pochi giorni fa da un viaggio d’affari in Brasile. Quando terminai di raccontare tutta la reale
storia, Todd corrugò la fronte e si mise a piangere. Gli porsi un foulard per asciugarsi le lacrime, e gli misi una mano
sulla spalla. Era tanto attaccato a Rachele, provava un forte desiderio di rivedere la sua padroncina, per questo accettò
di accompagnarmi in questa vicissitudine, gradì subito di darmi una mano, anche perché se non l’avesse fatto, l’avrei
rispedito in brasile a patire la fame in una di quelle luride favelas. Mi resi conto di aver trovato un amico, fedele.
Potevo fidarmi di lui, era come un fratello per me, e io ero come un figlio per lui, e lui era come un padre per Rachele e
Rachele era come una mamma per i miei figli e le mamme sono come i fiori, e i fiori profumano di rugiada, e la rugiada:
corrugò la fronte.
Ero angosciato, afflitto e privo di energie, Todd mi preparò un’ottima cena, non sapevo sapesse cucinare così bene,
parlammo sino a tarda notte della terribile sorte di Rachele, analizzammo con cura tutti i dettagli, e verso le undici
della notte, suonò il campanello.
- Dlin Dlon - disse il campanello suonando.
- Chi è rispose il mio maggiordomo - scuotendo la testa
- Tu non hai un maggiordomo - disse Todd sbattendo le ali.
- Sono Gianni, Gianni il Gabbiano aprite! -
Avevo apprezzato molto la visita di Gianni, dimostrò di essere un collaboratore serio, ponderai ambisse a sceverare
assieme a me sul caso, e precisamente fu così.
Andammo avanti sino alle tre della notte poi....
- drin. Drin!!!!!!!! - squillò il telefonino di Tore, era un sms.
- Credo proprio che andrò a rispondere - disse Tore, scrivendolo.
E infatti pensò di spegnere il computer e andare a letto. Perdiana! Erano le 22:31 del 17/02/04, si interrogò come
perbacco poteva stare ancora lì, con lo sguardo dinanzi ad un pc, a abbozzare delle cose senza senso, che facevano solo
senso a chi le avrebbe lette. Dopo questo auto lesionismo, salvò le modifiche al file di word e andò a nanna
fischiettando "gelato al cioccolato" di Pupo.
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