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Parte 3

L'ARRIVO DI GIANNI IL GABBIANO.
29/06/01

Cominciai subito a leggere i fascicoli e gli appunti, che mi consegnò il capo. Tanti erano gli indizi, tanti gli elenchi di persone malfide, appunti cerchiati, indirizzi evidenziati, luoghi da sorvegliare, uomini da interrogare, numeri da chiamare, lecca-lecca da leccare, cene da cenare. Il mio occhio accorto però, cadde subito su di un piccolo particolare. Era una lettera ingiallita dal tempo, rovinata, e in un lato di essa, c’era impresso un numero 2. La busta aveva il tipico fetore di un libro tenuto in soffitta e che non sfogli da anni. Era sicuramente una lettera di almeno quarant’anni. La girai in tutti i suoi lati, ma nulla solo un numero scritto, solo quel due, quasi ormai scolorito dal tempo. La cosa m’incuriosì ancora di più quando m’accorsi che la busta era sigillata, perfettamente chiusa, non era mai stata aperta. Il cuore mi picchiava forte, le mani cominciavano a tremare, tutto attorno a me era buio, l’attenzione, era solo sulle mie mani e, su quella carta usurata.
Soltanto un sigillo di cera, divideva ciò che c’era dentro la busta, e il mio desiderio di conoscere. Cominciai a staccare il sigillo, piano e fiaccamente, presi una piccola taglierina per aiutarmi nel gesto, quando mi accorsi, che c’era un’altra busta simile alla prima, anzi uguale. Il mio interesse cresceva, la seconda busta, però a differenza della prima, era aperta e impresso c’era il numero uno. La cosa stava diventando più intrecciata, era come un telefilm a puntate. Era come una cena al ristorante, primo, secondo, dolce e caffè. Io volevo gustare il dolce prima di assaporare il primo. Purtroppo, non sapevo ancora, e non potevo immaginare che il caffè sarebbe stato molto amaro.
Mi affrettai subito a prendere la busta aperta, odiavo la suspense. (Ma, devo crearne un po’ perché questo è un giallo, e di conseguenza...).
In ogni modo tirai fuori subito il contenuto, erano fogli vecchi, circa sei pagine, era tutto ben leggibile, e chiaro. Controllai la data in alto, 20 ottobre 1975. Era una lettera scritta nei lontano 1975.
- Veloce il servizio postale - esclamò Betta, seduta in un angolo della stanza.
Rimembro bene quel periodo perché proprio in quel mese esattamente il giorno dopo la stesura di quella lettera, morì mio padre, il dottor Mengacci Peterpot. Noto scienziato omosessuale con tre ani, che lottò per tanti anni contro la politica del curato, contro i razzisti e contro i Bee Gees. Morì come vi dicevo in quel freddo autunno. Avevo soltanto otto anni, quando passò a miglior vita. Non riuscirono mai a scoprire le cause del decesso. In giro ruotavano voci strane, pensavano fosse stato intossicato, molti proferivano suicidio, altri invece sostenevano che perì guardando la messa in onda di "Uomini e donne" di Maria De Filippi. Ma giacché, la trasmissione sarebbe nata soltanto ventisei anni dopo, era da escludere. Ero molto affezionato a mio padre, e quando presi per mano quella lettera, notai una cosa sconvolgente era stata scritta da lui ed indirizzata a me, avevo solo disordine in testa. Perché era nei dossier di quel caso? Cosa c’entrava lui con il sequestro della mia amata? Come poteva essere congiunto a tutta questa faccenda, lui che era morto 26 anni fa? Non capivo più nulla, ero teso, mi mancava quasi il respiro. Non ero mai stato così male, Scarpa non mi spiegò gran ché, ma prima di chiedere dei chiarimenti a lui, decisi di leggere la lettera. Ci misi la bellezza di un’ora per leggére attentamente tutto il contenuto, non potevo credere assolutamente a ciò che c’era scritto. Pensai ad uno scherzo di pessimo gusto. Ero spossato, confuso, spaesato ed avevo molta fame, erano circa le due, mancava un’ora all’arrivo del mio nuovo collega Gianni. Volevo fare chiarezza sulla situazione, rilessi la lettera, e riflettei sui contenuti assurdi che essa conteneva. Mio padre in quelle righe, cercava di spiegarmi che, lui nel 1975, sapeva già che avrei letto la busta numero uno. Sapeva che l’avrei letta oggi, sapeva che io nel 2001 sarei stato un agente del FBI di Mamoiada, e tutto questo era assurdo e fuori dal normale. Pensai che quella lettera l’avesse scritta qualcuno a me vicino, che mi conosceva molto bene, anche se, si presentava molto attempata e sciupata. Ma perché hanno messo in gioco mio padre? Che razza di scherzo era?
Stavo per alzarmi e dirigermi verso l’ufficio di Scarpa e chiedere spiegazioni plausibili. Quando una luce folgorante mi abbagliò, scivolai all’indietro, balzai sulla mia poltrona in finta pelle di Bradipo, e cominciai a chiamare aiuto!
- mi ha chiamato? - disse Aiuto, lo spazzino, che si affacciò dalla finestra.
Lasciai stare, ad un tratto in tutta la stanza si sentì un effluvio ributtante, sterco di nano, la porta del mio ufficio era chiusa, l’orologio a pendolo cominciò a battere forte, il frastuono era insopportabile. Il tumulto del cambio dell’ora era ancora più forte ed evidente perché, avevo l’orecchio attaccato all’orologio ma quello era il disturbo minore in raffronto alla luce sempre più forte che mi spinse a coprirmi la vista con le mani, un gran calore e poi dopo un minuto sparì tutto. L’orologio smise di echeggiare, tornò il silenzio nella stanza, la stasi stava ricorrendo. Al posto della luce abbacinante, c’era un uomo, alto biondo e con gli occhi celesti. Pensai subito al principe azzurro, ma questo è un giallo, non una favola. Non parlò, tirò fuori una macchina fotografica, e mi scattò una foto. A quel punto mi avvicinai, ero faccia a faccia con lui, lo guardai in modo bieco negli occhi, e gli dissi:
- Paolo Limiti, è omosessuale o brizzolato? - - Non lo so, so solo che Maurizio Costanzo ha dei bei baffi - ribatté lui
- Non fare lo spiritoso con me brutto ceffo, chi sei? - dissi io con tono ostile
- Sono Gianni, il tuo collega - rispose, mordendosi un’orecchio.
- Piacere, sono Fausto, cazzo mi hai spaventato con quella luce, però non c’era bisogno di effetti speciali, per annunciare il tuo arrivo, potevi semplicemente bussare alla porta. Dai siediti, vuoi qualcosa da bere? -
- Grazie, gradirei un cespuglio. -
- Mi spiace è finito -
- Ho appena pranzato, hai un Mirtozzo? -
- O.k. allora tu puoi spiegarmi chi ha scritto questa lettera - dissi porgendogliela
- Mi vogliono far credere che l’abbia scritta mio padre, ma non sanno che è morto, tra l’altro il giorno dopo in cui sarebbe stata scritta. -
- In realtà tutto il contenuto della lettera è estremamente vero, tuo padre nel 1975 ha concluso una ricerca durata anni, e alla fine è riuscito a scoprire il processo astruso che permette lo spostamento nel tempo. -
- Ma che diamine... -
- Fammi finire, non bloccarmi e ascolta. Leccando un merluzzo surgelato di due etti cosparso di latte in polvere, ha ottenuto un medley, che ci permette di viaggiare nel tempo. Lo so, sembra strano, ma è così, hai mai provato a leccare un merluzzo surgelato di due etti cosparso di latte in polvere? -
- No, e non voglio ascoltare un’altra parola del tuo discorso privo di senso. Scusa se me ne vado, ma in questa sordida città, i professionisti, e gli uomini duri come me, devono ripulire le strade da pazzi e mentecatti, per proteggere esseri ingrati come te. Ascolterò un’altra volta la tua favola. E se al mio ritorno ti trovo ancora qui, giuro che ti sparo -.
Sembrava un discorso serio il mio, erano anni che volevo dire quelle frasi. Ma il tizio che si spacciava per poliziotto che viaggiava nel tempo non si scompose per un secondo. Anzi era più rilassato di prima, e la sua calma m’incuriosì.
- mi hai incuriosito, sono tante le cose che voglio domandarti. Voglio darti un’opportunità, dimostrami che viaggi realmente nel tempo. Dimmi, quanti anni avrò tra due anni -
- mi prendi per il culo? - disse Gianni, giustamente.
- scusa, chi sarà il prossimo italiano a vincere il premio un premio nobel? -
- Così facile? Sarà Alvaro Vitali, tra undici anni, premio nobel per la pace. Pensavo tu fossi più capace. Mentalmente parlando. Così non ti dimostro nulla, imbecille, potrei raccontarti pure delle frottole. - disse corrugando la fronte.
Smise di parlare, prese un fazzoletto e si asciugò la fronte, ne prese un altro e l’asciugò pure a me. Faceva un caldo, insopportabile, era l’estate del 2001, la più calda degli ultimi dieci anni. Gianni m’indicò il fascicolo del caso a cui dovevamo lavorare assieme. Mi disse che dentro, da qualche parte doveva esserci una busta suggellata, con un numero "due" impresso sopra. Naturalmente l’avevo già vista, la cercai in fretta, e una volta in mano, Gianni disse:
- dentro c’è la seconda parte della lettera che non leggeremo ora, non è indispensabile. In mezzo ai fogli, dovrebbe esserci una foto, cercala e non agitarti -.
Ero troppo interessato a questa storia, devo dire che dopo un primo momento di sfiducia, cominciai ad incuriosirmi, la situazione era strana, non mi era mai capitato un caso più anormale di questo. Ma devo ammettere che non mi dispiaceva. Le mie mani faticavano a muoversi tra quei fogli, ero impacciato, fremevo. Corrugai la fronte ed essa fece lo stesso.
Strinsi le mie labbra tra i denti, e mi sistemai il ciuffo di capelli che mi copriva la vista, trovai "la foto". Nella parte posteriore, scritta a penna c’era una data, 29/06/01, quella di oggi. La girai bruscamente e osservai con terrore che il soggetto della foto, ero io.
Era la foto che Gianni mi fece appena arrivò nella mia stanza. La osservai bene, ero sulla poltrona, cercavo di coprirmi la vista dalla forte luce. Gli abiti che avevo nella foto, erano gli stessi (grembiule da scolaretto depresso) che indossavo mentre scrutavo per filo e per segno la foto. Ero sconvolto, quegli abiti non gli avevo mai indossati prima del giorno, tutti gli oggetti immortalati nella foto, erano messi nella scrivania allo stesso modo. Sulla parete c’era un dipinto di una donna che biascicava del tabacco, e reggeva un pargolo in braccio, che pendeva leggermente sulla destra, tutto era identico. La mia fronte sudava, strizzai gli occhi più volte, incredulo di tutto ciò. Aprii la cassettiera che tenevo a fianco alle mie ginocchia, e cominciai a dare manrovesci a Tim, la famosa colomba lardosa. Ripresi conoscenza, corrugai la fronte, riguardai la foto e notai un altro particolare, un’altra conferma, l’ora del pendolo.
Erano le tre precise.
- Grande Giove! - esclamai fotocopiandomi la faccia.


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