Il mio gatto, Frusio, drizzò le orecchie, spiccò un salto felino dalla poltrona di pelle di gatto, e con passo guardingo e tacito volse verso il corridoio.
Fuori il tempo era... tiranno, l’acqua scrosciava senza tregua ormai da quaranta notti e quaranta giorni, tuoni, saette, dardi, lampi, bagliori, Baglioni. ..... l’atmosfera era cupa e colma di dramma.
Frusio, intimorito dal frastuono era giunto a metà tragitto, ormai la porta era vicina, non riusciva ad immaginare chi fosse a bussare all’uscio con così impeto. Sudava, il mio gatto sudava e.... Tremava dalla paura, impugnò la sua cannella portafortuna per darsi forza, e con un gesto secco, aprì.
Era Tim, la colomba bianca d’ottanta chili, che mandai in esplorazione per appurare se nei paraggi ci fosse terraaa!
In bocca, oltre all’alito boia aveva un ramoscello d’ulivo, era bagnato fradicio e vaneggiava, non Tim, il ramoscello d’ulivo!
Lo feci sedere sulla poltrona balbuziente, davanti al fuoco, e lo schiaffeggiai con rabbia, non so perché, ma lo schiaffeggiai, era bello, mi divertiva, l’idea di prendere a sberle una colomba obesa d’ottanta chili mi eccitava.
A quel punto smisi di sognare l’arca di Noè....., e mi tuffai......splashhh!
Riaffiorai sedici metri più avanti nelle limpide acque di Ibiza, con la mano destra salutai Emy che mi osservava dalla spiaggia, mentre con la sinistra lottavo con un totano gigante. Vinsi io.
Ero molto innamorato di Emy, e lei lo era di me, credo. La conobbi a Pamplona durante la corsa dei tori, inciampai sul suo alito, mentre cercavo di sottrarmi dall’impeto di un toro, che voleva scaraventarmi lontano, lontano, lontanoooooo.
Emy era figlia di un noto industriale che controllava una famosa catena di ristoranti cinesi, sparsi in tutta Europa. Per questo la sposai, era molto ricca.
Non avevamo figli ma volevamo averne minimo tredici, almeno lei, eravamo sposati da soli due giorni, e quella era la nostra prima ed ultima luna di miele.
In ogni modo, decidemmo insieme di andare in Spagna, anche se io preferivo l’Iran.
Albergammo in un hotel a cinque stelle, colazione in camera, caffè e tanti bei bicchieri d’acqua, ma tanti tanti (in realtà non acqua, ma succo d’arancia, non so perché ci diedero succo d’arancia, e neanche lo voglio sapere. Soprattutto perché odio il succo d’arancia). Tutto procedeva per il verso giusto, io amavo lei e lei amava me, e viceversa.
La mattina del terzo giorno di luna di miele, mi alzai di buon’ora, le quattro, e ordinai la colazione, (non so perché, ma non rispose nessuno). Decisi dunque che avrei nutrito il mio corpo, più tardi. Mi portai allora all’uscita dell’hotel, fuori l’aria era fresca e piena di ossigeno, sentivo anche qualche altro gas, ma nulla di preoccupante. Capii subito che intorno a me stava accadendo qualcosa d’insolito, che da un istante all’altro mi avrebbe sorpreso.
Un vecchio barbone seduto in un viale, smise di radersi e mi guardò storto, poi continuò nel suo folle gesto: il contropelo.
Cercai di bloccarlo ma fu inutile, morì poco dopo in ospedale, soffocato dal suo disprezzo.
Odiavo il contropelo, e lui odiava me era un odio reciproco.
Continuai la mia camminata mattiniera, ma con più prudenza. Cercavo di ignorare tutti e tutto.
Girai il viale, mi sentivo osservato, affrettai il passo, come quando uno si sente seguito. Dentro di me pensavo tante cose: perché non restai a letto quella mattina, oppure perché mi pedinano, o anche dove sto andando? Chi uccise Kennedy? o più semplicemente perché tu lettore continui a leggere queste quattro stonzate?, non hai altro da fare?
Ma bando alle ciance, mi ero perso, non sapevo più dove andare, mi sentivo in trappola, come un topo in gabbia. Non capivo se mi seguivano ancora, ma non volevo rischiare, davanti a me una casa in rovina, non ci pensai due volte, e mi portai all’entrata per trovare rifugio. Feci il primo gradino e mi sentii chiamare:
- Lord Fausto Peterpot, indugi un palpito, sono un amico -
(naturalmente questo dialogo non potrebbe mai essere esistito, ma è semi-fondamentale per il proseguo del giallo). Balzai all’interno della casa, nella luce fioca vedevo qualcuno, nell’ordine: gente distesa, un drogato che faceva il bucato, un macellaio, Bruno Lauzi, o almeno i suoi capelli. L’odore nauseabondo, mi fece pensare subito alla mia prima volta, (avevo vent’anni, ero in auto con Amanda Lear, e lei era in auto con me, voltai a destra in un incrocio, e finii addosso ad un carico di letame, come se non bastaste, era vivo). Percorsi tutto il corridoio, lasciandomi alle spalle quella voce che mi chiamava, sempre più forte, sempre più vicina, sempre più raffinata. Cominciai a sudare freddo, avevo paura per la prima volta in vita mia, e come se non bastasse dimenticai sullo sciacquone la mia quarantaquattro magnum (se l’avesse trovata la donna delle pulizie, oh, non me lo sarei mai potuto perdonare).
Arrivai in cucina o almeno quello che un tempo lo fu, cercavo un’arma, un corpo contundente, qualcosa che gli avrebbe fatto male, staccai la gamba ad Antonio Lo Faro (che girava uno spot, per una credenza componibile), mi appostai dietro la porta e POOOOH, feci un urlo talmente forte che spaventai l’inseguitore, esso cadette a terra privo di sensi, ed io ne approfittai. Lo legai per filo e per segno ad una sedia, e aspettai.
Quando si svegliò, un’ora dopo, non capiva nulla, era visibilmente turbato, scosso.
Lui pensò lo stesso di me. Cominciai a porli delle domande, ma era un’osso troppo duro non parlava. Decisi quindi di seviziarlo, ma dopo sei ore di supplizi medievali, arrivai a capire che era muto. Allora mi chiesi come fece a chiamarmi durante l’inseguimento...... (" - Lord Fausto Peterpot, indugi un palpito, sono un amico -", se lo chiese anche lui).
Gli diedi una lavagna e dei gessetti colorati (li tengo sempre in tasca per queste occasioni), e cominciai a fargli delle domande....
Dopo due ore di interrogatorio, scoprii tanti dettagli interessanti, nell’ordine:
-- Era muto dalla nascita (ma io dubitavo).
-- Collezionava situazioni imbarazzanti, ne aveva quarantadue, più la presente quarantatré.
-- Il suo vero nome era Nasello Tonnato, però osava farsi chiamare con lo squallido nome di S. Mario Bros (la esse sta per Samantha. Per questo era squallido).
-- E come hobby era il servo di Don Diego, in arte Zorro.
-- ...ed era omosessuale.
Tutti particolari inutili e fastidiosi, soprattutto l’ultimo. Ma c’era una cosa, il vero motivo per qui mi stava seguendo (oltre al mio deretano), aveva assistito ad un sequestro in piena regola.
La mia piccola Emy venne rapita da un clan di stolti, chiamato "il clan degli stolti". Capeggiata da Gianfranco Agus, (noto inviato de "La vita in diretta"), scacciato da Cucuzza, decise di vendicarsi, portandomi via la mia bella e amata Emy, solo perché gli risi in faccia puntandogli il dito dopo il licenziamento (naturalmente si scoprirà più avanti che questo non è il vero movente).
Ora che il movente era quasi chiaro (?), come l’olio, potevo ragionare.
Avevano portato via la mia piccina, il mio zuccherino, la mia ragione di vita, il mio conto in banca. Povero me, in tanti sensi. In quel momento non ci vidi più, cominciai a schiaffeggiare selvaggiamente una colomba bianca di ottanta chili che seguiva la scena ammutolita (rendez vous).
Mi sentivo solo molto solo come un piede senza l’altro. Non mi seppe dire altro, il mio prigioniero era stato fedele.
La colomba invece, mi chiese perplessa: - perché fai questo a me? -
A quel punto la prima cosa da fare era quella di tornare in albergo, spiccai in groppa alla colomba, e salutando i miei nuovi amici, spiccammo il volo.
Fu un atterraggio di fortuna, sul balcone della mia stanza. Feci entrare Tim, e gli offrii un po’ di mais,
- ottimo - disse Tim,
dando l’ultima beccata al piatto, poi staccò un volo deciso. Finalmente.
Lo spettacolo ad una prima occhiata era macabro, tutto sottosopra, e viceversa. Le luci accese, la tv spenta, il frigo chiuso, per terra c’era il pigiama di Emy. (Basta! il nome Emy non mi piace più, da questo punto del giallo in poi Emy sarà chiamata Rachele). Dicevo, per terra c’era il pigiama di Rachele, lo adoperava anche d’estate, che stronza, sopra il comodino c’era un biglietto scritto in un Logudorese stretto, e a fianco un altro con la volgarizzazione in Ebraico antico, diceva:
Caro agente scelto Fausto Peterpot, noi abbiamo
Qualcosa che ti appartiene. Se ti interessa
riaverla sana e salva, dovrai seguire molto
attentamente le nostre istruzioni, o
salderai col sangue ogni tua azione errata.
Sarai la nostra talpa, al tuo distretto dell’FBI
Di Mamoiada, in Sardegna, sta per arrivare del
Materiale in città che a noi interessa assai. Ci faremo
vivi noi per altri dettagli.
A, quasi dimenticavo, hai del
mais squisito nel frigo,
ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah
ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah
ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah, basta.
Distinti saluti.
Firma rapitore
GIANFRANCO AGUS
Ero in stato di shock, non sapevo da dove cominciare. Mi ci voleva una bella doccia per riordinare un po’ le idee. La feci.
Mi misi l’accappatoio di Rachele per sentire il suo profumo, per sentirla più vicina, (naturalmente chiusi tutto a chiave, non avrebbe giovato alla mia fama di agente dell’FBI, se qualcuno mi avesse visto con un accappatoio rosa a fiori a dosso). Mi versai due dita di Jack, e mi accesi una sigaretta, Jack fece lo stesso, cominciai a tossire, non avevo mai fumato prima d’ora, dovevo muovermi in fretta non avevo tempo. Feci uno squillo al mio collega Mouse, e gli chiesi se c’era qualche arrivo importante in programma.
A parte Umberto Smaila e le danzatrici di colpo grosso (ormai quarantenni), non c’era nulla. Esclusi subito il movente sensuale. Dovevo fare tutto da solo, avevo tutti contro. Persino il mio scalda piedi fece le valigie e tornò nel mio alloggio a Mamoiada. Saldai il conto, chiamai un tassì, e lui me ne chiamò un altro, salii in macchina e cominciai il viaggio per l’aeroporto. L’autista era un cileno, di circa trent’anni, stava contrastando il suo posacenere, sosteneva che Paolo Limiti fosse brizzolato. A quel punto del dibattito intervenni io, dando piena ragione al portacenere. Limiti portava un parrucchino, uno di quei gatti morti.
Tutto procedeva per il verso giusto, a parte un mostruoso fetore di cadavere che giungeva dal bagagliaio.
Insomma, ero sull’aereo, il tassista insistette per condurmi sino a casa, ma io no.
Avevo un posto attiguo al finestrino, oh, mitizzavo i posti vicino al finestrino perché così riuscivo a sporgere la testa e sentire l’aria che mi circolava tra i capelli era come stare dentro a sei gallerie del vento, più o meno. Avevo appena fatto una cotonatura, e questo mi spinse a sporgere la testa del mio compagno di viaggio. Il mio partner di percorso, era una persona timida, molto, lo afferrai quando per soffiarsi il naso chiese il permesso al paracadute. E poi era un tipo strano, aveva un tic, ad un intervallo regolare di trenta secondi, sferrava un potente e micidiale destro verso i suoi gioielli di famiglia, che conservava gelosamente in un forziere nel sedile al suo fianco. Indossava una lunga veste bianca, aveva circa ottanta anni. Eppure ero convinto di conoscere quel personaggio, ero certo di averlo già visto da qualche parte, forse all’entrata dell’aeroporto, chi sa?
Provai ad addormentarmi ma ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo lei, allora cercai di contare le pecore, ma dormivano, allora contai i pastori. A causa del bel tempo il volo tardò di parecchie ore.
A causa de "Le ore" la rotta durò più del previsto.
Tutti pensavano a dei problemi tecnici, pensai anche io.
Il mio vicino di viaggio, in preda al panico dirottò l’aereo, almeno sino a quando non gli arrivò una fucilata in pieno volto. Povero pontefice.
Atterrammo alle diciotto in punto, avevo fame. Cercai un bagno per lavarmi dagli schizzi d’encefalo di sua eminenza, e lo trovai.
Ma non potei entrare giacché si svolgeva un convegno annuale, sulla fame nel mondo.
Casa mia era a soli tre isolati da dove mi trovavo, decisi di andarci a piedi. Lungo il tragitto incontrai Prot, il mio migliore amico. Era un nano di sessanta cm. Lo aiutai a portare la spesa, e portai pure lui dentro la spesa, parlammo un po’, era un po’ giù, pensavo non fosse all’altezza di capirmi, ma gli spiegai tutta la faccenda e lui, infatti, non comprese, probabilmente perché gli parlai in Bulgaro. Tuttavia Prot decise di darmi una mano, ero felice finalmente avevo un alleato. Ma la mia felicità durò poco, il tempo di girare la settima strada e di trovarmi di fronte uno spettacolo agghiacciante, Nino D’angelo si esibiva dal vivo davanti a casa mia. La giornata volgeva al termine, ebbi una sensazione di quiete quando conficcai la chiave nella porta e ascoltai la serratura schiudersi. Scagliai Prot e la spesa sul sommier, e intrapresi a fare la cena.
Volevo soltanto rilassarmi pensare ad altro, non chiedevo tanto, solo dimenticare tutto per una notte, addormentarmi. Alla fine la tensione ebbe la meglio e mi assopii. Poi un fracasso invadente mi fece alzare di scatto. Pensavo di poter riposare, almeno quella notte, invece sopravvenne l’imprevisto. Sentivo dei passi, si muovevano furtivi e lenti, vidi una forma muoversi nel corridoio. Nel buio riuscii a distinguere solo una grande sagoma di un uomo (credo), obeso. Pensai subito ad un tirapiedi di Gianfranco Agus, la mia vita era di nuovo in pericolo (come Indiana Jones ne "il tempio maledetto"). Tremavo dalla paura, ed ero molto stanco. Mi spostavo agilmente tra la poltrona e la lettiera del gatto, tra "le ore" e la mascella di Ridge, sfruttavo le correnti d’aria per muovermi senza essere notato, mettevo in pratica gli insegnamenti donatomi dal maestro Splinter. E ora aspettavo solo il momento opportuno per prenderlo alla sprovvista. Ero mimetizzato alla perfezione, gli saltai addosso e cominciai a ferirlo brutalmente con un testimone di Geova che tentava di smerciarmi una bibbia contraffatta.
- basta, ti prego - mi supplicò il malcapitato
- risparmiargli questa umiliazione - aggiunse il cesto di frutta esotica che tenevo sul tavolo.
Allora smisi. Accesi la luce e subito notai la puzza di alcool, il fetore ributtante di chi ha appena preso una sbronza. Ma questo passò subito in secondo piano quando vidi che l’uomo introdottosi in casa mia era Babbo Natale. Si, proprio il Babbo Natale che conosciamo tutti, strano vero? Tirai un sospiro di sollievo, considerando di non essere più in pericolo. In condizioni pietose, e soprattutto in preda all’alcool, Santa Claus, fece finta di nulla e cercò di svignarsela fischiettando un motivetto irritante di Pupo.
- perché sei qui? - gli domandai
- Non hai per caso sbagliato mese? Siamo a Giugno -
- stronzo!- aggiunse un vasetto di maionese.
Lui cercò di corrompere il mio silenzio, provando a rifilarmi come tangente, un trenino del cazzo radiocomandato a distanza. Detestavo i treni, chilometri e chilometri di binari, tutte quelle carrozze, prima, seconda, terza classe. Poi gli addetti ai locomotori, i ferrovieri, tutti coi baffi, ciuff ciuff, il carbone, e quanto tempo perso ai passaggi a livello, arrivi, partenze, disagi, fds, capostazione, basta, avevo le palle piene dei treni.
Quando il mio monologo sui treni finì, mi accorsi che Babbo Natale si era dileguato. Non poteva andare lontano, ma io me ne fregai anche perché era l’alba. E avevo altro per la testa, e tornai a letto.
|