15 agosto 1976
Vento gelido, quasi come una brezza estiva, ma più fredda, il mare mosso, nessun natante, nessun bagnino, nessuno. Gli ombrelloni come cabine telefoniche multicolori, si muovevano dietro il suono del vento, strano per quella stagione. E anche il nano invasato che scorrazzava per la spiaggia orinando sopra le sdraio, non era abbastanza normale.
Per quella stagione.
Il cielo di Poncelet Bay risplendeva sul mare estivo, una Multipla Cabrio sfrecciava lungo il viale palmato, travolgendo con discrezione una dozzina di turchi in tutù che avevano formato un capannello davanti a Villa Du Calcagn.
Caseggiato in grado di unire rustico e rococò, questa villa dalle bianche colonne, circondata da un verde prato inglese, racchiudeva al suo interno tesori di vario tipo: ritratti romboidali, alte cupole dall'aspetto solenne e anche una doccia. Alla guida del veicolo sportivo una donna bellissima: occhi scuri, che esaltavano una bocca carnosa a forma di bocca, rossa come il sedere di un babbuino, un corpo da favola sormontato da una lunghissima chioma di capelli biondi con l'attaccatura dietro la nuca, un seno solo e due gambe da sogno, ma austera, con un tailleur estivo Richelieu. Una donna così ha sicuramente fatto capolino nei sogni di qualsiasi essere umano, di sesso maschile e non. Slanciata e palesemente ubriaca apriva con fare sconnesso la portiera dall'esterno e si recava a passi decisi lungo il viale alberato verso la villa. Era la contessa Maria Du Calcagn.
Il tempo di inserire la chiave nello zerbino e pulirsi le ciabatte nella serratura, salire le scale, girare a destra, poi a sinistra e fingere di ruotare su se stessa, saltare il fossato coi coccodrilli albini fino a raggiungere lo studio del conte Francois Du Calcagn, suo marito. Aprì la porta lentamente, creando un po' di suspance, la stanza era in penombra, nonostante l'impianto luce dei Pooh che illuminava fastidiosamente a scatti da un angolo. Pigiò l'interruttore e dallo stereo parti una cover di Brazil cantata da Luigi Tenco. Aveva pigiato l'interruttore sbagliato.
Spense lo stereo e calcò il tasto. Non avrebbe mai voluto premere quell'interruttore: infatti aveva di nuovo sbagliato. Azzeccò con una botta di culo l'interruttore e la luce tenue illuminò con freddo sadismo una scena raccapricciante.
Il conte militava sul tappeto riverso in una grigia pozza di sangue.
- Arg! - l'uomo della sua vita così, col collo tagliato dalla rotula a alla falange, in posizione fetale con in bocca un frullatore Guzzini spento. Sicuramente una vendetta: la poltrona era sistemata sopra il fotocopiatore, la parrucca del conte era spiaccicata sulla parete di un caseggiato confinante, al lato della stanza Vasco Rossi vestito da pierrot che potava una siepe. Prese a correre col cuore in mano verso il telefono. Poggiò il cuore sul tavolino Luigi XVI, prese con mano ferma la cornetta, con l'altra il ricevitore e compose il numero col duodeno.
- Polizia, sono Maria Du Calcagn, mio marito è morto: è stato assassinato!
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